Per prima cosa è importante il
nome del luogo, che fa riferimento alla terza parte di un
territorio, come di un terziere medievale o, forse e più
probabilmente, alla terza parte di un fondo rurale
romano-ligure, probabilmente organizzato già dal
I secolo dopo Cristo. Forse era il
fondo detto “Porciano”. Il nome del
luogo è ancora mantenuto più a valle, fra Santo Stefano al Mare
e Cipressa, sopra la zona detta di
Aregai, con fortificazione costiera.
Il passaggio della vicina strada romana
Julia
Augusta ha fatto da centro attrattivo: i ruderi del
ponte nei pressi di Santo Stefano al Mare, con una probabile
fabbrica di laterizi sono le tracce di una lunga vitalità. La
qualità del terreno aiutava questa prima industria locale. Il
territorio rimane indiviso fino all’anno
1000. Anzi, nel 1049, Adelaide di Susa,
marchesa dei territori compresi fra la Liguria e il Piemonte
occidentale, dona l’ampio territorio detto di
Villaregia, tra
le attuali Riva Ligure e Santo Stefano al Mare, ai monaci
benedettini di Santo Stefano di Genova, che impiantano in
collina, nella zona detta di Santo Stefano Vecchio, un loro
piccolo e dominante monastero. I diritti sugli abitanti di
Terzorio erano però tenuti dai conti
di Ventimiglia, che avevano approfittato di un vuoto di potere
locale. Nel 1125 Oberto fu Guglielmo dei
signori di Ventimiglia cede i suoi diritti su
Terzorio ai monaci di Santo Stefano,
sicuramente in grado di mantenerli con sicurezza. Nel 1153,
però, il vescovo di Albenga, che
estendeva la sua autorità anche a questa zona, cede tra quarti
delle decime (sorta di tasse) a lui dovute ad Anselmo dei
Quaranta. Probabilmente aveva difficoltà a riscuoterle ed allora
si affida ad un uomo d’armi di
origine piemontese, capostipite della famiglia dei
Lengueglia, che pongono un centro
dominante a Lingueglietta
(originariamente detta Lengueglia).
Questa famiglia tenta in vario modo di ampliare la propria
influenza territoriale. Anche
Terzorio faceva parte dei loro
obiettivi. In tutta risposta i monaci concedono a
Cipressa e
Terzorio alcune norme che appaiono come un primo Statuto.
Siamo nel 1277 ed è una delle prime forme legali simili in
Liguria. Questo denota anche la capacità di
autonomia della Comunità di Terzorio.
I monaci però cedono progressivamente beni ai
Doria di Genova. Nicolò
Doria acquisirà l’intero feudo
consegnandolo poi al Comune di Genova nel 1353. Il destino di
Terzorio sarà quello della
Repubblica, in stretto contatto amministrativo con Santo Stefano
al Mare. Dal XV-XVI secolo diminuisce
la superficie agricola seminativa e la vigna in favore
dell’olivo. Nascono così frantoi ad acqua. Il centro però
viene colpito da due dure incursioni
dei pirati barbareschi, guidati da Ulugh
Alì, detto
Luzzalino o Occhialì, in
realtà di origine italiana. Centinaia di
abitanti della zona vengono condotti schiavi in
Nordafrica e sarà molto duro
l’impegno economico per il loro riscatto, con due pesanti
incursioni nel 1561 e nel 1563. Nonostante questi tristi eventi,
che hanno portato alla costruzione della torre alla sommità
dell’abitato, si assiste ad una definitiva sistemazione
edilizia, con la costruzione di case sul pendio, a piani
sovrapposti, munite di loggia e di
appoggi le une alle altre, secondo una tradizione locale ben
riconoscibile. L’incremento definitivo dell’olivicoltura
contribuisce ad un relativo benessere, che si manifesta nella
costruzione di una nuova chiesa parrocchiale a partire dal 1730,
mentre la vecchia chiesa viene
rinnovata e destinata alla confraternita di Santa Maria
Maddalena. L’Ottocento è secolo di sviluppo, anche abitativo,
nonostante le difficoltà dei conflitti e dei terremoti (1831 e
1887). Terzorio diviene anzi centro
minerario, per lo sfruttamento di vene di galena argentifera: un
esperimento di breve durata e tuttora di
grande fascino, che si potrà rilanciare in un territorio
ancora integro, ove agli olivi si sono affiancate da decenni le
colture floricole. Si può ricordare che nel 1932
Terzorio venne
unito in Comune unico a Cipressa,
Riva Ligure e Santo Stefano al Mare: un esperimento durato
peraltro ben poco, a favore della sua autonomia.
Una curiosità
dai documenti: la crescita del numero di
abitanti.
Dall’Archivio della Curia
Vescovile di Albenga:
-
Il
Sacro, e Vago
Giardinello…,
manoscritto basato sulle visite pastorali del Vescovo Pier
Francesco Costa, compilato tra 1625 e 1652, a p.519
recto, conta 163 anime su 37 fuochi (famiglie), di cui solo
96 anime in grado di ricevere la Comunione.
-
136 persone, di cui 101 in
grado di ricevere la comunione. Gli uomini tra i 17 e i 60
anni sono 42, sopra i 60 solo 2 e i minori di 17 sono 25. Le
donne sono 66, di cui minori solo 15 (la diminuzione
abitativa può essere posta in relazione con la pestilenza
del 1638-1630, che ha costretto alla fuga anche diversi
abitanti).